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storia & storici
fare storia tra passato e futuro
Roberto Moro
Robert Huxley
Le città possibili
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Ben oltre le più favolose previsioni all’atto della sua fondazione, Expo2015 è ormai divenuta una popolosa città e richiama 70 milioni di visitatori ogni anno da tutto il mondo. Un numero in costante, incredibile aumento. I visitatori, prenotano con anni di anticipo, le code all’ingresso del parco alimentare durano giorni e, benché i padiglioni siano aperti 24 ore su 24, il flusso delle presenze crea continui problemi di ordine pubblico. A questi si aggiungono i quotidiani collassi dei clienti inebetiti dalla bulimia gastronomica. Medici e infermieri, pronti soccorso lavorano anch’essi giorno e notte, notte e giorno.
Berto Romero - racconto
Chiuse gli occhi e … più niente.
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“Vuole che le racconti una storia, la mia storia?”

Era solo un grande sorriso, un sorriso davvero umano, più che umano. Un paio di occhi ammicanti, un volto ben disegnato, e come una luce di primavera un raggio, auitatemi a dire … un raggio di … di giovinezza, uno schermo che annuncia la luce del sole di mezzogiorno: una splendida giornata di sole.

 

“Vuole che le racconti una storia, la mia storia?

Ma certo! Un paradosso immediato e palpabile. Sarebbe stato lui, Roberto Gromo, lui e solo lui a raccontarla una storia: l’esperienza così pienamente vissuta, il peso dell’esperienza, la sostanza del tempo divenuto materia duttile, plasmabile in ogni occasione, in ogni dialogo. Ma certo! Comprese che sarebbe stato un monologo, un cammino percorso infinite volte e tuttavia sempre nuovo, imprevisto, friabile, del tutto e sempre nuovo; perché la “tua” storia è sempre così.
Si immerse in quel sorriso e in quella annunciazione di primavera, di sole … e così, come sempre, una folla di immagini percorse il suo pensiero, un esercito di fantasmi in movimento senza ordine, sequenza, coerente armonia. Un fondale marino, quel viale percorso mille volte, il volto di Carlo, il treno che ti porta a Parigi, la copertina del libro che non trovi più, l’aula piena di studenti, i colori di quel piatto al ristorante, la biglietteria del museo, la passeggiata di ieri in corso Vercelli, l’immensità del Cervino, gli acquisti di domani mattina, il ricordo lasciato da Alceo, e ancora e ancora. Immagini e immagini nascoste in luoghi remoti, morte e resuscitate in un solo instante, come un big bang capace di creare tutto dal nulla, di svelare tutto: un caos senza ordine che si disperde alla velocità del pensiero. Impossibile resistere …

 

“Vuole che le racconti una storia?”

Ma sì! Ma quale? Il tempio di Efeso e le Afrodisia, Federico piccolo piccolo, il suo volto e il suo sorriso, il supermarket sotto casa, la casa di Via Tiziano, poi il lago,le veleggiate in Egeo?  Traslochi, areoporti e viaggi. Parigi: rue Brancion, Elba Carrillo, Naria Rosa De Madariaga, altri volti senza nome, la camera buia degli appuntamento con Sandra. Un universo di fantasmi in piena dissoluzione. Relitti di stelle scoppiate e pianeti, asteroidi affollati in massa e mossi da un’incerta gravitazione. Collisioni e scomparse: luce e poi buio. Meteoriti in caduta libera destinati a scomparire per sempre oltre l’orizzonte del tempo vissuto. Immagini di un solo istante. Silenzio.
Questi inarrestabili fotogrammi non erano neppure ricordi e neppure frasi compiute, non parole ma colpi di luce e colore, comete sospinte da forze invisibili pronte per essere inghiottite da buchi neri che poi le vomitano in altre dimensioni dello spazio. La materia oscura … e poi?
I colori, sì, i colori dominanti di tutto quell’esercito di fantasmi in fuga venivano da quel sorriso invadente di dolcezza e amicizia: primavera, luce, intensità di luce. Silenzio. Un tessuto smagliato eppure … eppure una rete formidabile. Impossibile resistere, fare ordine, fermare.
Il prof Gromo, si abbandonò: che scivolassero via inghiottiti dalla notte di un universo in continua espamsione. Via, calma, adagio, nessun pensiero, nessun racconto possibile.

 

 “Vuoi che ti racconti una storia?”

Il colore e la luce erano quelli che precedono il tramonto alla Martinica. La spiaggia è la Grand Anse di Sainte Anne. La sabbia è fine e sottile come la polvere dell’universo. E c’era l’odore del Caribe, quello di una atmosfera sospesa che assapori con gli occhi appena socchiusi e ti fa sorridere senza un perché.
Bisognava cominciare da lì o quest’immagine del tutto pesante era invece la fine di ogni possibile racconto?
Per esperienza e per mestiere, Gromo sapeva che ogni racconto prende forma proprio dalla sua fine, dall’esito di tutto il percorso narrativo. Tutto prende forma proprio quando l’evento è scomparso e diviene una data senza luce, né colori, né odore. Insomma un relitto fossile dal peso schaiccante.
Ma gli occhi erano aperti alla luce e le narici tiravano su l’odore del mare: una sostanza impalpabile e densa piena di sapori indicibili e … e ci fu ancora la minaccia di un’intollerabile invasione. Guatemala, Adriana, Usmal, e Palenque e il prof. Dellil, ancora Maria Rosa e Phelipe, e Ruffino e Lucien, la partenza per la Loira, la passeggiata lungo il campo da golf, ancora Federico, la cerimonia di laurea, buolevrd Jourdan, a Novara, il viale delle carrozze, e via così: istantanei fotogrammi che mescolavano ere diverse dell’esperienza, assorbivano tutto il tempo del mondo per rigenerarlo, e poi via. Ma ecco, adesso le immagini scivolavano lente, via e via senza peso come se tutto il tempo dell’uomo si stesse per sciogliere, per sempre. Poco, lento, adagio … via!
Lì, sulla sua spiaggia, oltre alla luce e a tutti i profumi del mondo, Gromo avvertì una presenza, un contatto. Sentiva su tutto il corpo la carezza di ciò che per tanti e tanti anni aveva chiamato “passato” e che adesso, e solo per un attimo, gli sembrava “risveglio”. Doveva davvero chiamarlo così? Nessuna fatica e senza pensiero. Colore, odore e … come dire? … ma sì: contatto del corpo con una estraneità, un altro corpo immenso e sfuggente: una carezza avvolgente e niente di più.
Ecco: il racconto poteva davvero cominciare da lì.

 

Gromo riuscì ad abbandonarsi, a farsi portare. Capì che bisognava fare un passo in più, un piccolo passo. Sul suo corpo pesava la luce rosea di un tramonto infinito, pesava la spiaggia, il mare, il respiro profondo, il peso leggero di un contatto impalpabile. Sentì anche un rumore di fondo, un ciarlare di mille e mille parole che scivolavano via come nuvole bianche, sentiva il timbro mutevole dei suoni di parole appena sconosciute eppure del tutto familiari. Parole presenti.
Dire che è l’udito a suscitare le più forti emozioni è un luogo comune, ma Gromo sentiva, “udiva”, le sue stesse parole pronunciata in mille occasioni e in mille luoghi dispersi e vaganti di storie non mai raccontate. Un brusio di tutte le voci del mondo che lo aveva e lo avrebbe accompagnato per sempre.
Quando tutti i sensi si mettono in moto e si danno scacco tra loro, allora accade che le emozioni prendono forma e, se non le puoi governare, le accogli e le sai nominare. Benessere, compiacimento, serenità diffusa, attenzione e attesa: che dire di più?
Per una sorta di moto involontario le mani di Gromo corsero ad accarezzare il suo stesso corpo: sentiva amicizia e un senso mai provato di ordine, armonia, ricongiungimento. Sentì il fremito della sua muscolatura, il peso delle ossa e il moto della articolazioni, sentì il respiro come se prima fosse sempre vissuto in totale apnea. Più giù e più giù. Per una magia inattesa le dita di Gromo pentravano oltre i tessuti: sentì un frusciare di cellule, sciami di molecole prone a danzare e più giù, più giù: atomi vorticosi nel vuoto di infinti universi. Poi senti il correre prorompente del sangue, un flusso formidabile che si trasformava in calore e desiderio, in presenza qui e ora. Qui e ora.

 

La luce era piena come un vento di primavera, Gromo chiuse gli occhi e … più niente.

 

*          *          *

 

“Buon giorno, Dottore”
“Buon giorno!
"Guardi che il professor Gromo ha finito la terapia …”
“Ottimo, possiamo liberare la stanza, c’è lista di attesa”
“Così, subito?”

“E quando senno? Rispettiamo il protocollo, nient’altro. Certo che è incredibile: centosei anni e ancora così lucido; vitale fino in fondo, fino a ieri! Gli ho chiesto se voleva sentirsi raccontare una storia: a sgranato gli occhi come dire: “fantastico”. Centosei anni! E ne ha fatta di strada!  Quasi meriterebbe uno studio, analisi approfondite …
“Mi dica dottore, ma le pare davvero efficiente questa procedura di sottoporre i pazienti al video in 3D di un cyber che racconta storie incredibili e infinite che durano ore e  ore, che sprigionano una luce accecante e che, secondo me, nessuno dei pazienti ascolta davvero?”
“Bella domanda! Mah … davvero non saprei e a volte me lo son chiesto anch’io. Comunque … comunque è un problema del tanatologo. È con lui che bisonerebbe parlarne”.

 

Berto Romero - 23 dicembre 2013

 

Berto Romero
Corrispondenza di viaggio – Copenaghen settembre 2012
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Il “diamante nero” è la biblioteca nazionale di Danimarca. Un palazzo di cristallo nero che si affaccia sul grande fiordo. Otto piani inondati di luce, due teatri di prosa, un auditorium, videoteca, sale da esposizione, caffetteria, ristorante, terrazza sul mare, novecento posti a sedere, internet gratis, tre milioni di volumi. Silenzio. C’è tutto e c’è posto per tutti.
Giuseppe Lippi
Orrore e fantastico nell'esperienza editoriale italiana
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L’immaginazione è, secondo un’opinione generalmente accettata, il livello più alto della conoscenza. Che ne è allora quando l’immaginario si materializza nel fantastico e nella narrazione fantastica? Che relazione si istituisce tra letteratura fantastica e esperienza della realtà? Che relazione è possibile tra il racconto fantastico, fantascientifico e fantapolitico e il “discorso” storico. In altri termini: il fantastico può “fare storia”? La risposta è sì, perché, piaccia o non piaccia, anche la storia è un racconto (un “mithos”) è la costruzione di mondi virtuali sfuggiti alla nostra diretta esperienza, custoditi nella memoria e resi vivi, dall’immaginazione e comunicati attraverso la forza che le emozioni danno al loro racconto. Per questo ogni storia è indisgiungibile dalla sua narrazione e nasce e si istituisce nel momento stesso del suo racconto. Per questo la Storia non la fanno gli uomini, la fanno gli storici che raccontano i miti delle nostre remote origini e di ogni evento umano che essi rappresentano con la tecnica della loro scrittura: la storio-grafia. Al pari del romanzo storico, anche il racconto fantastico offre la rappresentazione di azioni ed emozioni umane e, in questo senso, “fa storia” da raccontare. In questo saggio, Giuseppe Lippi, offre una rassegna dell’esperienza editoriale italiana di questo genere letterario e ne scopre le origini in un ambito appartato, una zona d’ombre: “la provincia gotica”.
Aurelio Aghemo
O la praticità della nonna
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La nebbia sale dal fiume e si insinua nella vie dei quartieri adiacenti. È una nebbia densa, fitta, di quelle che non si vede a 5 metri, che smorza i rumori e ottunde i sensi, adatta per Jack lo Squartatore.
– C’è la nebbia fuori – dice Monica Grinza, operatrice di biblioteca, guardando dalle finestre dell’ufficio distribuzione dei libri – a mia nonna piaceva tanto. Diceva che con la nebbia tutte le cose diventano chiare.
Prima che qualcuno possa rispondere, una richiesta di libri del magazzino esce dalla stampante di servizio.
– Tocca a me – Grinza si alza e si avvia verso i piani del magazzino.
Sente due colleghi che parlano mentre ricollocano i volumi restituiti dai lettori.
– Ti dico che è così. Il paese si chiama Alluvioni Cambiò perché ogni volta che c’è un’alluvione il Po modifica il territorio del comune – discetta di toponomastica e inondazioni, uno dei due.
– Non ci credo neanche un po’ e questo po’ è grande come il fiume – ribatte scettico l’altro.
Chissà se è vero, se è vero che quel paese si chiama così per quel motivo, si domanda Grinza mentre si infila in uno stretto corridoio tra gli scaffali. Trova il libro, lo sostituisce con il segnaposto, si volta per tornare.
Il collega, quello scettico sull’origine del nome del paese, le blocca il passaggio e con voce suadente e sguardo da seduttore da reality le domanda:
– Che si dice quando si incontra un bel ragazzo nei magazzini? – e poi – E brava la Grinza con la maglietta aderente che non fa una grinza – mentre, ridacchiando per la stupenda battuta, allunga una mano e le tocca il seno.
Lo lascia ululante dal dolore, steso a terra che si contorce stringendosi quelli che per lui sono i gioielli di famiglia.
– Il bel ragazzo bisogna trovarlo. A volte però incontri degli animali a cui serve essere educati – commenta.
Aveva ragione la nonna – con la nebbia le cose diventano chiare – con la nebbia capisci che quella pericolosa non è quella fuori, per strada; quella preoccupante è dentro, nel cervello.
E aveva anche ragione quando diceva che sono utili le scarpe con le punte rinforzate. Non saranno belle, però aiutano.
Grazie nonna.

 

Aurelio Aghemo

Aurelio Aghemo
Tra amore e zanzare
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Quel giorno bruciò Vercelli.
Non che ce l’avesse con i suoi abitanti, anzi. In fondo gli avevano sempre ispirato una simpatica compassione per tutte quelle zanzare che d’estate li vessano.
– Non puoi - si era sempre detto ― andartene per strada con uno spray costantemente a portata di mano, in tasca o in borsetta, per diventare la colazione, il pranzo, la cena, passando per spuntini vari e happy hour, di quei terribili, sanguinari, minuscoli mostri alati.
Neppure puoi, senza provare una depressione al cuore, cenare in un dehors di ristorante trasformato in una gabbia-zanzariera i cui accessi sono presidiati da quei truculenti apparecchi friggizanzare che con un crepitio sinistro ti annunciano un’altra esecuzione mentre ti ingozzi beatamente di riso e rane. Il riso. È proprio il riso la causa dell’assedio zanzaresco alla città, circondata da distese di acqua immota per crescere la sua spiga.
Riso, acqua, culex. Che culex, veramente.
Non ce l’aveva con i vercellesi, però quel giorno bruciò loro la città.
Per un bieco, gretto, personale, fosco risentimento nei confronti di una donna. Erano stati compagni per tanti anni, poi lei gli aveva dato il ben servito.
– Non ti amo più – aveva detto.
– Hai sempre voglia di scherzare – aveva risposto.
– Non è uno scherzo. Non ti amo più, non siamo una coppia, non siamo niente – fu la sentenza.
Con questa triplice affermazione fu fatta rotolare la pietra sepolcrale su una vita comune. Pianse (neanche troppo), scongiurò (il giusto), inveì (non sufficientemente), implorò (in modo eccessivo). Niente.
Era tuttavia convinto che potesse esserci un punto su cui fare perno e scardinare la chiusura. Ricordate, no? Datemi una leva e un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo e via così.
Acquistò degli splendidi fiori. Due donne per strada gli sorrisero e scherzosamente gli chiesero se fossero per loro e sospirarono perché, per fortuna, esistevano ancora uomini sensibili.
Si recò dove il denegato amore svolgeva le sue attività professionali. Convinto di avere trovato le parole suadenti, i fiori adatti, l’espressione adeguata, l’intonazione perfetta, insomma tutto giusto.
E con imparziale giustizia i fiori finirono in un cestino, le parole furono sbeffeggiate, l’espressione venne giudicata patetica e l’intonazione ridicola: un perfetto en plein. Purtroppo in negativo.
Rimase lì, fermo come un dissuasore del traffico per un bel po’, guardandola andarsene e anche dopo che fu scomparsa rimase a lungo immobile.
Dal suo punto di vista (il punto di vista di lei) era anche stata equa – La colpa è al cinquanta per cento – e questa condivisione doveva essere la spiegazione necessaria e sufficiente per accettare senza problemi di essere lasciato.
Fu allora che si ricordò che per arrivare dove era in quel momento, e vedere crollare miseramente le sue speranze, aveva dovuto orientarsi perché non conosceva i luoghi e le vie.
Estrasse di tasca la cartina, un accendino, e bruciò Vercelli.
Eh, per dio, qualcuno doveva pagarla.

 

Aurelio Aghemo

Aurelio Aghemo
Incubi prosecchi: una storia
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L’elefantino verde emerse dallo stelo del calice, attraversò il prosecco, scavalcò il bordo del bicchiere e atterrò agilmente sul tavolino del bar scrollandosi come un cagnolino per liberarsi delle gocce del vino.
Quasi immediatamente lo seguì un ippopotamino rosa a pallini fucsia che, appena sul tavolino, ingaggiò una lotta furiosa con l’elefantino verde alla fine riuscì a bloccargli zampe e proboscide con dei campi locali di energia. –
– Mio Dio, mio Dio – esclamò angosciato Giovanni, il portalettere del quartiere – Sono alcolizzato all’ultimo stadio. – Vedo elefanti verdi e ippopotami rosa a pallini fucsia. Oh mio Dio! Non mi sembrava di bere tanto ― gemette terrorizzato.
– Non temere terrestre, non sei alcolizzato – gli disse l’ippopotamino rosa a pallini fucsia alzandosi sulle gambe posteriori mentre si rivolgeva a lui.
– All’ultimo stadio – rantolò Giovanni – lo sento anche parlare.
– Te lo ripeto terrestre, non sei alcolizzato – ribatté l’ippotamino – questa è un’operazione di polizia intergalattica. Sono l’agente speciale Xmyxxwighgl e ho finalmente catturato questo pericoloso furfante ricercato per truffe finanziarie in un centinaio di sistemi. Cercava di fuggire sulla Terra aprendo un varco dimensionale nel bicchiere del tuo prosecco ma sono riuscito a intercettarlo prima che creasse altri danni cercando di venderla ai Demirani.
– … i Demirani?
– Sì, quelli che poi usano i pianeti come discariche.
– Ha .. i Demirani, Giulia, Giulia, Giulia – invocò Giovanni rivolgendosi alla padrona del bar che stava disponendo i bicchieri sugli scaffali del bancone.
– Non ti sente e non ci vede nessuno, terrestre, siamo all’interno di un campo di stasi – e così dicendo afferrò l’elefantino verde e, trascinandolo, si tuffò con un balzo atletico nel prosecco scomparendo nel gambo del calice.
– Giulia, Giulia, Giulia – invocò di nuovo ad alta voce.
– Calmo, che c’è? – gli domandò di rimando la proprietaria.
– Portamene un altro – ordinò indicando il prosecco.
– Ma non l’hai ancora finito – constatò la donna.
– Non importa, portamene un altro.
E che … non aveva nessuna voglia di bere quella sciacquatura di pediluvio di due dannati animali in miniatura della savana galattica.
E poi, se ne era accorto, oh se se ne era accorto, non portavano nemmeno le mutande.
Alcolizzato, forse; pazzo, forse anche, ma igienista … e sì eh …

 

Aurelio Aghemo

racconto - Roberto Moro
le radisìci storiche della leggenda di Balshammà
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A volte il mestiere dello storico e quello del detective si incrociano e sovrappongono. Ma non sempre è il passato remoto a celare segreti. Che relazione vi è tra un vecchio libro di storia scomparso e la trama politica del totalitarismo nazista? Quale segreto nasconde una vecchia fiaba popolare dell’area danubiana per reinterpretare i destini del Terzo Reich e del suo Furer? Le novità offerte dalle ricerche di Tristan Noiret impongono una radicale revisione della storiografi più recente.
Astrelio Agmer - Racconto
passato e presente di antichi misteri
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Ad Afrodisia si sta bene e ci si vuole bene. Che dire di più? Certo mi capisci. Ecco, e poi c’è il premio finale, la meta vera ed è per quella che sei andato li. La vasca rituale immensa e il tempio. Lo sai, lo senti che qualcuno ti chiama, che ti vuole. È Afrodite divina fatta di un corpo che hai sempre sognato, un ordine delle forme raccolto e schivo, una promessa di sempre ancor prima che un sogno. È a quel punto che anche il profumo dei cedri si fa sensuale, come a volte di primavera ti capita in Sicilia quando passi a fianco ai giardini di zagare e limoni. È un profumo inconfondibile, eccitante, di donna e di eterna giovinezza. È la dea. Il tempio, sì ….
33 anni di Rivoluzione Islamica
la Rivoluzione Islamica narrata da un intellettuale iraniano
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Considerato un mostro sacro della letteratura e quasi intoccabile (anche grazie all'aperta critica del precedente regime palesata nei suoi scritti), nel 2008 Doulatabadi dichiara che il suo romanzo Il colonnello, in gestazione fin dai primi anni del dopo Rivoluzione, è pronto per la stampa. Ma, nonostante la fama e il rispetto goduti dallo scrittore, la censura non dà l'assenso per uscita dell'opera, chiedendo numerosi interventi che Doulatabadi rifiuta di condurre. Il romanzo rimane “congelato” nella sua originale edizione in lingua persiana, ma viene tradotto in Germania, in Inghilterra e in Italia.
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